martedì 29 luglio 2014

Preferire (dopo due settimane di vacanza in America)



Chicago, vista dal Museum Campus

Quel che abbiamo letto di più bello lo dobbiamo quasi sempre a una persona cara. Ed è a una persona cara che subito ne riparleremo. Forse proprio perché la peculiarità del sentimento, come del desiderio di leggere, è il fatto di preferire. Amare vuol dire, in ultima analisi, far dono delle nostre preferenze a coloro che preferiamo. E queste preferenze condivise popolano l'invisibile cittadella della nostra libertà. Noi siamo abitati da libri e da amici.


D. Pennac, da Come un romanzo

(Grazie a G.N. per la citazione)


lunedì 23 giugno 2014

Carcer ove si ven per strade aperte


In quel loco e 'n quel tempo et in quell'ora
che più largo tributo agli occhi chiede,
triunfar volse que' che 'l vulgo adora:
e vidi a qual servaggio et a qual morte,
a quale strazio va chi s'innamora.
Errori e sogni et imagini smorte
eran d'intorno a l'arco triunfale,
e false opinïoni in su le porte,
e lubrico sperar su per le scale,
e dannoso guadagno, ed util danno,
e gradi ove più scende chi più sale;
stanco riposo e riposato affanno,
chiaro disnore e gloria oscura e nigra,
perfida lealtate e fido inganno,
sollicito furor e ragion pigra:
carcer ove si ven per strade aperte,
onde per strette a gran pena si migra;
ratte scese a l'entrare, a l'uscir erte;
dentro, confusïon turbida e mischia
di certe doglie e d'allegrezze incerte.
Non bollì mai Vulcan, Lipari od Ischia,
Strongoli o Mongibello in tanta rabbia:
poco ama sé chi 'n tal gioco s'arrischia. 


F. Petrarca, Trionfo d'Amore IV, da I Trionfi

lunedì 2 giugno 2014

Ragionando con meco, et io co'llui.

Provenza, 3/5/2014

Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co’llui.


F. Petrarca, Rerum Vulgarium Fragmenta, XXXV

lunedì 26 maggio 2014

Mentre vorremmo intenerire le stelle


"Nessuno, mai, riesce a dare l’esatta misura di ciò che pensa, di ciò che soffre, della necessità che lo incalza, e la parola umana è spesso come un pentolino di latta su cui andiamo battendo melodie da far ballare gli orsi mentre vorremmo intenerire le stelle." 

G.Flaubert

mercoledì 14 maggio 2014

Alla scoperta di Sinjavskij

Un tempo l'uomo nella sua cerchia familiare era legato alla vita universale -storica e cosmica -in un modo assai più ampio e saldo d'oggi. Pur avendo a disposizione giornali, musei, radio, comunicazioni aeree, noi avvertiamo appena questo fondo comune, non ne siamo molto compenetrati, ci pensiamo poco. Con stivaletti di fabbricazione cecoslovacca, sigaretta messicana fra i denti, l'uomo d'oggi scorre la notizia dell'apparizione di un nuovo stato in Africa con la stessa facilità con cui assaggia un brodo di carne francese. Tutto questo contatto esteriore, fittizio, reca un carattere d'informazione casuale, scucita: «nell'orto c'è un sorbo, mentre a Kiev c'è chi si incarica della nostra educazione ». Che a Kiev ci sia un uomo simile, lo veniamo a sapere parecchie volte al giorno, senza attribuire a un fatto del genere un particolare significato. La quantità delle nostre nozioni e informazioni è enorme, ne siamo sovraccarichi, senza che esse cambino qualitativamente. In pochi giorni possiamo fare il giro del pianeta -prendere un aereo e viaggiare senza profitto spirituale, allargando soltanto il nostro raggio informativo.
Confrontiamo adesso questi pretesi orizzonti con lo stile di vita dell'antico contadino, che non si spingeva mai al di là del suo praticello e camminava tutta una vita nelle tradizionali ciabatte, fatte a casa. Il suo orizzonte a noi pare ristretto; ma, in verità, com'era grande questa serrata compagine, concentrata in un solo villaggio. Persino il monotono rituale del pasto (in confronto col brodo francese o il rum di Giamaica) faceva parte di una cerchia di nozioni dal significato universale. Osservando il digiuno e le feste, l'uomo viveva secondo il calendario di una storia comune che cominciava da Adamo e finiva col Giudizio Universale. Per questo, fra l'altro, un qualsiasi settario semianalfabeta poteva qualche volta filosofare non peggio di Tolstoj e innalzarsi al livello di Plotino, senza aver sottomano nessun testo, fuorché la Bibbia. Il contadino manteneva un legame permanente con l'immensa creazione del mondo, e spirava nelle profondità del pianeta, accanto ad Abramo. Invece noi, scorso il giornale, moriamo solitari sul nostro divano angusto e superfluo. E in quel momento nessuna informazione ci serve. L'informazione diventa per noi come un paio di brache di panno estero. Un motivo per metterci in mostra, e basta. Dove va a finire tutto il nostro orizzonte, tutta la nostra capacità ricettiva quando ci togliamo i calzoni o ce li sfilano di dosso? Oppure quando portiamo il cucchiaio alla bocca. Prima di impugnare il cucchiaio, il contadino cominciava col farsi il segno della croce e con questo solo gesto riflesso si legava alla terra e al cielo, al passato e al futuro.


A. Sinjavskij, da Pensieri Improvvisi 

venerdì 18 aprile 2014

Ojos de cielo

John Constable, Salisbury Cathedral from the Meadows

Después de haber mirado mucho tiempo el cielo en tu busca,
mis ojos, que eran oscuros, se han vuelto azules.
Después de haber mirado mucho tiempo la luna, buscándote,
mis ojos se han vuelto vagos, insondables,
del color de la nostalgia.
Y ahora en mi pecho hay una lluvia continua que me hace pedir
y esperarte como un arcoiris que abraza la tierra.
Así mi corazón vaga buscando en cada esquina, en cada rostro,
al Desconocido que está a punto de llegar.

Jussara M. Santos

martedì 18 marzo 2014

Che hai fatto di me?

"Dolore, Dolore, perché mi hai dato alla luce? Perché non hai schiacciato la mia testa tra due pietre, in riva all'acqua, tra due pietre innocenti, più caritatevoli delle mammelle del tuo amore?
Tu mi dici, Dolore, che sei mia madre. Ma se lo sei veramente devi sapere che inferno geme qui, madre, che inferno geme qui, in questo vecchio cuore. E' per questo che mi hai cullato nelle notti d'inverno, al chiarore dei camini, dove il tempo orfano piangeva? Dimmi, è per questo che mi hai cullato con lacrime e sogni nei tuoi tristi occhi, nei tuoi cari occhi del colore di viaggio e vento? Mi hai deposto in una culla: mi avessi gettato in una bara! Hai baciato il mio corpo dai piedini alla povera testa: perché non eri simile alle bestie dei boschi che soffocano i loro piccoli, o madre!
Sia maledetta la vostra dolcezza, o voi che mi avete partorito nel dolore! Sia maledetto il vostro ventre, maledetto il vostro seno, o voi che mi avete dato questo triste corpo, questo solitario cuore!
Eppure non sei sorella della lupa che partorisce affamata alla luce di una luna triste come un volto baciato dalla peste. Bisogna lasciare la tenerezza alle femmine dei boschi, il cui pelo sa di fame: non sei tu figlia degli uomini, o Dolore?
Madre, madre, ho perduto tutto, la mia vita è vedova, la mia lussuria piange, e io sono padre dello spavento, della follia e della morte. O Dolore, madre mia, che hai fatto di me?"

O. V. Milosz, da Miguel Moanara