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venerdì 24 aprile 2015

Indovinare

"Sopravvenne il silenzio. Lei continuava a fare segni col gessetto sul tavolo. I suoi occhi splendevano d’un quieto splendore. Corrispondendo al suo stato d’animo, lui percepiva in tutto il suo essere la tensione della felicità che andava via via crescendo.
«Ah! Ho scarabocchiato tutto il tavolo!» disse lei e, poggiato il gessetto, fece un movimento come se volesse alzarsi.
«Come faccio a restare solo… senza di lei?» pensò lui con terrore e prese il gessetto. «Aspettate», disse, sedendosi al tavolo. «È tanto che volevo chiedervi una cosa.»
La guardava dritto negli occhi affettuosi, anche se spaventati.
«Prego, chiedetemela.»
«Ecco», disse lui, e scrisse le lettere iniziali: q, m, a, r: q, n, è, p, v, d, m, o, a? Le lettere volevano dire: «quando mi avete risposto: questo non è possibile, volevate dire mai, o allora?» Non c’era alcuna probabilità che lei potesse capire quella frase complicata; ma lui la guardò come se la sua vita dipendesse dal fatto se lei avrebbe capito o no quelle parole.
Lei lo guardò seriamente, poi appoggiò la fronte aggrottata sulla mano e si mise a leggere. Di tanto in tanto gli lanciava un’occhiata, chiedendogli con lo sguardo: «È quello che penso?»
«Ho capito», disse Kitty arrossendo.
«Che parola è questa?» disse lui indicando la m, che stava a indicare la parola mai.
«Questa parola significa mai», disse lei, «ma non è vero!»
Lui cancellò in fretta quanto aveva scritto, le porse il gesso e si alzò. Lei scrisse: a, n, p, r, a.
Dolly si riprese completamente dal dolore provocatole dal colloquio con Alekséj Aleksàndrovič quando vide quelle due figure: Kitty col gessetto in mano e un sorriso timido e felice che guardava in su verso Lévin, e la bella figura di lui curva sul tavolo, con gli occhi ardenti, puntati ora sul tavolo, ora su sua sorella. A un tratto lui si fece raggiante: aveva capito. Voleva dire: «allora non potevo rispondere altrimenti».
La fissò con aria timida, interrogativa.
«Solo allora?»
«Sì», rispose il suo sorriso.
«E ad… E adesso?» domandò lui.
«Ecco, allora leggete. Dico quello che desidererei. Che desidererei tanto!» Scrisse le lettere iniziali: c, v, p, d, e, p, q, c, è, s. Voleva dire: «Che voi possiate dimenticare e perdonare quel che è stato».
Lui afferrò il gesso con le dita contratte, tremanti e, dopo averlo spezzato, scrisse le iniziali di quanto segue: «non ho niente da dimenticare e da perdonare, non ho mai smesso di amarvi».
Lei lo fissò con un sorriso che si era immobilizzato.
«Ho capito», disse in un sussurro.
Lui si sedette e scrisse una lunga frase. Lei capì tutto al volo e, senza neanche domandargli: è così? prese il gesso e gli rispose subito.
Lui stentò a lungo a capire quel che lei aveva scritto, la scrutava spesso negli occhi. Era annebbiato dalla felicità. Non riusciva in alcun modo a indovinare le parole che lei voleva dirgli; ma nei suoi occhi incantevoli che splendevano di felicità capì tutto quel che doveva sapere. E scrisse tre lettere. Ma non aveva ancora finito di scrivere, che lei già leggeva dietro alla sua mano e finì di scrivere lei, dopodiché scrisse la risposta: Sì."

L. Tolstoj, da Anna Karenina

mercoledì 14 maggio 2014

Alla scoperta di Sinjavskij

Un tempo l'uomo nella sua cerchia familiare era legato alla vita universale -storica e cosmica -in un modo assai più ampio e saldo d'oggi. Pur avendo a disposizione giornali, musei, radio, comunicazioni aeree, noi avvertiamo appena questo fondo comune, non ne siamo molto compenetrati, ci pensiamo poco. Con stivaletti di fabbricazione cecoslovacca, sigaretta messicana fra i denti, l'uomo d'oggi scorre la notizia dell'apparizione di un nuovo stato in Africa con la stessa facilità con cui assaggia un brodo di carne francese. Tutto questo contatto esteriore, fittizio, reca un carattere d'informazione casuale, scucita: «nell'orto c'è un sorbo, mentre a Kiev c'è chi si incarica della nostra educazione ». Che a Kiev ci sia un uomo simile, lo veniamo a sapere parecchie volte al giorno, senza attribuire a un fatto del genere un particolare significato. La quantità delle nostre nozioni e informazioni è enorme, ne siamo sovraccarichi, senza che esse cambino qualitativamente. In pochi giorni possiamo fare il giro del pianeta -prendere un aereo e viaggiare senza profitto spirituale, allargando soltanto il nostro raggio informativo.
Confrontiamo adesso questi pretesi orizzonti con lo stile di vita dell'antico contadino, che non si spingeva mai al di là del suo praticello e camminava tutta una vita nelle tradizionali ciabatte, fatte a casa. Il suo orizzonte a noi pare ristretto; ma, in verità, com'era grande questa serrata compagine, concentrata in un solo villaggio. Persino il monotono rituale del pasto (in confronto col brodo francese o il rum di Giamaica) faceva parte di una cerchia di nozioni dal significato universale. Osservando il digiuno e le feste, l'uomo viveva secondo il calendario di una storia comune che cominciava da Adamo e finiva col Giudizio Universale. Per questo, fra l'altro, un qualsiasi settario semianalfabeta poteva qualche volta filosofare non peggio di Tolstoj e innalzarsi al livello di Plotino, senza aver sottomano nessun testo, fuorché la Bibbia. Il contadino manteneva un legame permanente con l'immensa creazione del mondo, e spirava nelle profondità del pianeta, accanto ad Abramo. Invece noi, scorso il giornale, moriamo solitari sul nostro divano angusto e superfluo. E in quel momento nessuna informazione ci serve. L'informazione diventa per noi come un paio di brache di panno estero. Un motivo per metterci in mostra, e basta. Dove va a finire tutto il nostro orizzonte, tutta la nostra capacità ricettiva quando ci togliamo i calzoni o ce li sfilano di dosso? Oppure quando portiamo il cucchiaio alla bocca. Prima di impugnare il cucchiaio, il contadino cominciava col farsi il segno della croce e con questo solo gesto riflesso si legava alla terra e al cielo, al passato e al futuro.


A. Sinjavskij, da Pensieri Improvvisi 

martedì 18 marzo 2014

Che hai fatto di me?

"Dolore, Dolore, perché mi hai dato alla luce? Perché non hai schiacciato la mia testa tra due pietre, in riva all'acqua, tra due pietre innocenti, più caritatevoli delle mammelle del tuo amore?
Tu mi dici, Dolore, che sei mia madre. Ma se lo sei veramente devi sapere che inferno geme qui, madre, che inferno geme qui, in questo vecchio cuore. E' per questo che mi hai cullato nelle notti d'inverno, al chiarore dei camini, dove il tempo orfano piangeva? Dimmi, è per questo che mi hai cullato con lacrime e sogni nei tuoi tristi occhi, nei tuoi cari occhi del colore di viaggio e vento? Mi hai deposto in una culla: mi avessi gettato in una bara! Hai baciato il mio corpo dai piedini alla povera testa: perché non eri simile alle bestie dei boschi che soffocano i loro piccoli, o madre!
Sia maledetta la vostra dolcezza, o voi che mi avete partorito nel dolore! Sia maledetto il vostro ventre, maledetto il vostro seno, o voi che mi avete dato questo triste corpo, questo solitario cuore!
Eppure non sei sorella della lupa che partorisce affamata alla luce di una luna triste come un volto baciato dalla peste. Bisogna lasciare la tenerezza alle femmine dei boschi, il cui pelo sa di fame: non sei tu figlia degli uomini, o Dolore?
Madre, madre, ho perduto tutto, la mia vita è vedova, la mia lussuria piange, e io sono padre dello spavento, della follia e della morte. O Dolore, madre mia, che hai fatto di me?"

O. V. Milosz, da Miguel Moanara

lunedì 22 luglio 2013

Ma per fortuna succede


Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare a telefono tutte le volte che ti gira. Non succede spesso, però.

                                                                                                                     J. D. Salinger

mercoledì 5 dicembre 2012


Uomo che legge, J.S. Sargent

Mi sai dire per chi è fatto un libro? Stai lontano dai libri che sono fatti per questo o per quello. Anche un libro che è scritto in cinese, l'hanno fatto per te. Si tratta sempre d'imparare le parole di un altro uomo. Tutti i libri che valgono sono scritti in cinese, e non c'è sempre chi te li traduce. Viene il momento che sei solo davanti alla pagina, com'era solo lo scrittore che l'ha scritta. Se hai avuto pazienza, se non hai preteso che l'autore ti trattasse come un bambino o un minorato, ecco che incontri un altro uomo e ti senti più uomo anche tu. Ma ci vuole fatica, Masino, ci vuole buona volontà. E molta pazienza.


Cesare Pavese, da Ciau Masino



Grazie a Gio: http: //daldentrodellecose.blogspot.it/

sabato 13 ottobre 2012

Qualcosa che abbiamo scordato

Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. Quando la letteratura è al suo apice ci sembra che d'improvviso ricordiamo qualcosa d'importante che sapevamo ma abbiamo scordato.

O. Lagercrantz, da L'arte di leggere e scrivere

martedì 31 luglio 2012

Dopo un mese di studio per il TFA



"Ma se la vita ci soddisfacesse [...] fare letteratura non avrebbe alcun senso" 

Flannery O'Connor

venerdì 25 maggio 2012

Alla scoperta di Gorkij


Checov e Gorkij

BARONE: Per quanto io posso ricordarmi, vedi?... fu sempre come se una nebbia stesse dentro al mio cervello. Io non sapevo cosa m’accadeva...mi sentivo sempre, come se in tutta la vita... non avessi fatto altro che vestirmi e spogliarmi... perchè? Chi lo sa! Io ho studiato... ho portato l’uniforme del collegio dei nobili... ma che cosa ho imparato? Chi lo sa!...Io mi son ammogliato, vestii il frack, e poi la veste da camera... mi presi un mostro di femmina, perchè? Chi lo sa!... Io ho finito tutto quello che avevo, e portavo una giacchetta grigia tutta logora, e calzoni di pelle di volpe... ma come mai sono arrivato sino al cane? Nemmeno la minima idea!.... Fui impiegato di finanza... ricevetti l’uniforme e il berretto con la coccarda... e portai via il denaro dell’ufficio... vestii la casacca dei galeotti e poi venni a finir qui... e tutto accadde come un sogno... è da ridere, non è vero?
SATIN: Non troppo... io la trovo piuttosto stupida!
BARONE: Già... anche a me pare stupida... Ma pure ci deve essere uno scopo perchè io sia nato... nevvero?

M.Gorkij, da I Bassifondi

venerdì 22 febbraio 2008
















Marc Chagall

Fu quella la sera in cui comincia a rendermi conto che mi stava succedendo qualcosa agli occhi. Guardai mio padre e vidi linee e piani che non avevo mai visto prima. Sentivo cogli occhi. Sentivo i miei occhi muoversi lungo le pieghe dei suoi occhi e dentro e sopra le profonde rughe della fronte. Aveva trentacinque anni e le rughe che gli segnavano il viso e la fronte. Sentivo quelle linee coi miei occhi e sentivo anche il lungo dorso dritto e piatto del suo naso, la chiara oscurità dei suoi occhi, la curva vigorosa e spessa delle sopracciglia rosse e il folto pelo rosso della barba che stava ingrigendo. Vidi gli sporadici fili grigi nel groviglio di peli sotto le labbra. Sentivo le linee e i punti e i piani. Sentivo la grana e il colore. Vidi sulla tavola le candele del Sabato mandare bagliori rosso e oro. Vidi mia madre piccola, calda, sericea, in un bellissimo vestito azzurro e bianco messo in onore del Sabato. Vidi le mie mani bianche e ossute, le mie dita lunghe e sottili, la mia faccia nello specchio sopra la credenza, pallida, con gli occhi neri e i capelli rossi arruffati. Mi sentii sommerso dalle forme e dalle strutture del mondo intorno a me. Chiusi gli occhi. Ma continuavo a vedere in quel modo dentro la mia testa. Vedevo con un altro paio di occhi che improvvisamente si erano svegliati.


Chaim Potok, da Il mio nome è Asher Lev

lunedì 29 ottobre 2007
















Che cos'è la letteratura, nel senso corrente, più diffuso della parola? è il mondo dell'eloquenza, dei luoghi comuni, delle frasi tornite e di firme rispettabili, gente che in gioventù ha osservato la vita e poi, una volta raggiunta la celebrità, si dà a fare astrazioni, ad imitare, a raziocinare. E quando in questo regno dell'artificiosità ormai solidamente affermato ma di cui nessuno più si accorge, qualcuno apre la bocca non per inclinazione alle belle lettere, ma perchè sa e vuole dire qualcosa, questo fatto produce l'impressione di un mutamento improvviso, come se i portoni si spalancassero di colpo e irrompesse il frastuono della vita che si svolge fuori, come se non fosse un uomo a dar notizia di ciò che avviene fuori ma la città stessa parlasse di sè per bocca di un uomo.

Boris Pasternak, da Autobiografia