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mercoledì 26 luglio 2017

Chi ha orecchie, intenda.


Giotto, Incontro tra Gioacchino e Anna 
sotto la Porta d’oro (particolare)


Il miglior commento possibile di questa straordinaria immagine:
http://robedachiodi.associazionetestori.it/?p=1297

domenica 11 ottobre 2015

Delusione


"Nell’arte c’è una finezza che apprezzo: il lieto fine che ci consola dell’esistenza quotidiana. La vita è delusione, tanto spesso ci defrauda dell’atto finale. Ma questa non è forse la stupidità della naturalezza?"
Robert Musil

venerdì 6 dicembre 2013

L'uomo che si fa domande


Ragnar Kjartansson, The visitors

L'opera d'arte in fin dei conti è l'espressione dell'uomo che si fa domande, che si pone quesiti riguardo al suo essere nel mondo e il suo senso. A differenza degli animali, che vivono nella loro routine biologica e che non si pongono domande, la possibilità dell'arte nell'uomo testimonia allora la sua libertà, tratto antropologico per eccellenza. 

da Attraverso l'arte. Percorsi filosofici ed esperienze educative. 

mercoledì 20 novembre 2013

creazione e visione



"Creare è la peculiarità dell'artista; dove non c'è creazione, l'arte non esiste. Ma sarebbe sbagliato attribuire questo potere creativo a un dono innato. In materia d'arte, l'autentico creatore non è solo un essere dotato, è un uomo che ha saputo ordinare in vista del loro fine tutto un fascio di attività, da cui risulta l'opera d'arte. Così, per un artista la creazione comincia dalla visione. Vedere è già un'operazione creativa, ed esige uno sforzo. Tutto quello che vediamo, nella vita di tutti i giorni, subisce più o meno la deformazione generata dale abitudini acquisite [...] Lo sforzo necessario per liberarsene esige una sorta di coraggio; questo coraggio è indispensabile all'artista che deve vedere tutte le cose come se le vedesse per la prima volta: occorre vedere tutta la vita come quando si era bambini"

H. Matisse, da Scritti e pensieri sull'arte

giovedì 12 luglio 2012

Foto di Leonard Freed

"Effettivamente, prendete un qualsiasi fatto della vita reale, anche non così evidente a prima vista, e se soltanto avrete forza e occhi vi riconoscerete una profondità che non c'è neanche in Shakespeare. Ma la questione è proprio questa: agli occhi di chi? Chi ha questa forza? Poichè non solo per creare e scrivere opere d'arte, ma anche semplicemente per notare un fatto occorre in un certo senso un artista"

Dostoevskij, da Diario di uno scrittore

lunedì 4 giugno 2012

"Fu il Papa, solo, che rilevò la differenza tra venerazione delle immagini e idolatria. Fu lui solo a salvare tutta la superficie artistica dell’Europa, e di conseguenza l’intera carta geografica del mondo moderno, dall’essere nuda e priva dei rilievi dell’Arte. Nel difendere quest’idea, il Pontefice difendeva il San Giorgio di Donatello e il Mosè di Michelangiolo, e com’egli fu forte e deciso in Roma così il David sta gigantesco su Firenze, ed i graziosi putti dei Della Robbia sono apparsi come squarci di azzurro e nubi nel Palazzo di Perugia, e nelle celle di Assisi".

G.K.Chesterton

venerdì 4 febbraio 2011


















"[...] Ci vuole un grande amore, capace di ispirare e di sostenere quello sforzo continuo verso la verità, quella generosità e al tempo stesso quella rinunzia profonda implicite nella genesi di ogni opera d’arte. Ma l’amore non è forse all’origine di ogni creazione?".


H. Matisse

venerdì 10 dicembre 2010

«Lo scopo dell’arte non è quello di risolvere i problemi, ma di costringere la gente ad amare la vita. Se mi dicessero che posso scrivere un libro in cui mi sarà dato dimostrare per vero il mio punto di vista su tutti i problemi sociali, non perderei un’ora per un’opera del genere. Ma se mi dicessero che quello che scrivo sarà letto tra vent’anni da quelli che ora sono bambini, e che essi rideranno, piangeranno e s’innamoreranno della vita sulle mie pagine, allora dedicherei a quest’opera tutte le mie forze».

L.Tolstoj, Lettere



Grazie a:
http://www.profduepuntozero.it/2010/12/02/risposta/


giovedì 25 novembre 2010


















Cezanne,
Maison avec criqué murs


«
L’arte è il contrario della disintegrazione. Perché la ragione propria dell’arte, la sua giustificazione, è appunto questa: di impedire la disintegrazione della coscienza umana, nel suo quotidiano, e logorante, e alienante uso col mondo; di restituirle di continuo, nella confusione irreale, e frammentaria, dei rapporti esterni, l’integrità del reale, o in una parola, la realtà. [...] La purezza dell’arte non consiste nello scansare quei moti della natura che la legge sociale censura come perversi o immondi; ma nel riaccoglierli spontaneamente alla dimensione reale, dove si riconoscono naturali, e quindi innocenti. La qualità dell’arte è liberatoria, e quindi, nei suoi effetti, sempre rivoluzionaria. Qualsiasi momento dell’esperienza reale e transitoria, diventa, nell’attenzione poetica, un momento religioso»

Elsa Morante

martedì 2 novembre 2010















"Il compito di ogni procedimento artistico è di essere un impulso che risvegli l'attenzione alla realtà stessa. In altre parole deve diventare un linguaggio, testimone della realtà"
Pavel Florenskij

martedì 17 agosto 2010

studiando la mostra di Flannery O ' Connor

Un'opera che aspiri, per quanto umilmente, alle sfere dell'arte, deve dare giustificazione di sé in ogni sua riga. E l'arte medesima può essere definita come un tentativo sincero di rendere il massimo grado di giustizia all'universo visibile, mettendo in luce la verità, multiforme eppure una, che nasconde ogni suo aspetto. È il tentativo di scoprire nelle sue forme, nei suoi colori, nella sua luce, nelle sue ombre, negli aspetti della materia e nelle vicende della vita, ciò che è fondamentale in loro, ciò che è durevole ed essenziale -la loro qualità che illumina e convince -la sostanziale verità della loro esistenza. L' artista perciò, come il pensatore, lo scienziato, ricerca la verità e la fa conoscere. Colpito dall'aspetto del mondo, il pensatore si sprofonda nelle idee, lo scienziato nei fatti, i quali, una volta che si è emersi da essi, mettono in luce qualità del nostro essere che meglio s'adattano a quella azzardosa impresa che è la nostra vita [...]
Per l'artista è del tutto diverso.
Di fronte al medesimo spettacolo enigmatico, l'artista rientra in se stesso, e da questa solitaria regione di tentativi e di lotta trova le parole del suo messaggio,qualora se ne mostri degno e sia fortunato. Il suo messaggio e rivolto alle nostre qualità e a quella parte della nostra natura che, nello stato di lotta della nostra esistenza, si rifugia necessariamente entro le più resistenti e dure qualità, come il corpo vulnerabile in un'armatura d'acciaio. Il suo messaggio è meno clamoroso, più profondo, meno preciso, più emotivo, e più presto dimenticato. Eppure il suo effetto dura per sempre. La mutevole saggezza delle generazioni che si susseguono scarta le idee, mette in dubbio i fatti, demolisce le teorie. Ma l'artista si rivolge a quella parte del nostro essere che non dipende dalla saggezza; a ciò che in noi è un dono e non una acquisizione, e perciò più immutabilmente dura. Egli parla alla nostra capacità di gioia e di meraviglia, al senso di mistero che circonda le nostre vite, al nostro senso di pietà, di bellezza, di dolore, al latente sentimento di comunione con tutto il creato, e alla sottile ma invisibile condizione della solidarietà che unisce assieme la solitudine di innumerevoli cuori, alla solidarietà nei sogni, nel piacere, nella tristezza, nelle aspirazioni, nelle illusioni, nella speranza, nella paura, che lega gli uomini l'uno all'altro, che lega assieme tutta l'umanità, i morti ai vivi ed i vivi a quelli che nasceranno.
J. Conrad

sabato 12 dicembre 2009














Chagall, Cantico dei Cantici

«Mi è sempre sembrato e mi sembra tuttora che la Bibbia sia la principale fonte di poesia di tutti i tempi. Da allora, ho sempre cercato questo riflesso nella vita e nell’arte. Per me, come per tutti i pittori dell’Occidente, essa è stata l’alfabeto colorato in cui ho intinto i miei pennelli».


Marc Chagall

martedì 31 marzo 2009
















"Lo scopo dell’arte [...] è quello di spiegare a se stessi e a chi ci sta intorno perché vive l’uomo, qual è il significato della sua esistenza, di spiegare agli uomini qual è la ragione della loro apparizione su questo pianeta. O, se non di spiegarlo, di porre loro questo problema [...] Per mezzo dell’arte, l’uomo si appropria della realtà attraverso un’esperienza soggettiva. [...]
La scoperta artistica si presenta come una rivelazione, come un desiderio appassionato e improvviso di afferrare intuitivamente tutte in una volta le leggi del mondo – la sua bellezza e il suo orrore, la sua umanità e la sua ferocia, la sua infinità e la sua limitatezza. [...]
L'arte esiste e si afferma là dove esiste quell'eterna e insaziabile nostalgia della spiritualità, dell'ideale, che raccoglie gli uomini attorno all'arte. È erronea la via per la quale si è avviata l'arte contemporanea, rinunciando alla ricerca del significato della vita in nome dell'affermazione del valore autonomo della persona.
La cosiddetta creazione comincia ad apparire una sorta di eccentrica occupazione a cui attendono personalità sospette che affermano il valore intrinseco di qualsiasi atto personalizzato. Ma nella creazione la personalità non si afferma, bensì è al servizio di un'altra idea generale e di ordine superiore.
L'artista è sempre un servitore che si sforza per così dire di sdebitarsi per il dono che gli è stato concesso come una grazia. Tuttavia l'uomo moderno non è disposto ad alcun sacrificio, benché soltanto il sacrificio costituisca un'autentica affermazione".

Andrej Tarkovskij, da Scolpire il tempo

sabato 3 gennaio 2009



















Chartres, particolare della decorazione di un portale

"Secondo un’antica leggenda, la cattedrale di Chartres fu colpita dal fulmine e interamente bruciata. Migliaia di persone giunsero allora da tutte le parti della terra, come una gigantesca processione di formiche; e tutti insieme – architetti, artisti, operai, contadini, nobili, preti, borghesi – si misero a ricostruire la cattedrale dov’era prima, e lavorarono finché la costruzione non fu ultimata. Ma tutti rimasero anonimi, e oggi nessuno sa chi costruì la cattedrale di Chartres.
A parte le mie credenze e i miei dubbi personali, che a questo proposito sono irrilevanti, è mia opinione che l’arte perse il suo impulso creativo fondamentale al momento in cui fu separata dalla fede. Fu il taglio del cordone ombelicale, ed oggi essa vive la sua sterile vita, generandosi e degenerandosi. In altri tempi l’artista rimaneva sconosciuto, e la sua opera era dedicata alla gloria di Dio. Egli viveva e moriva senza essere né più né meno importante di altri artigiani; “valori eterni”, “immortalità”, “capolavoro” erano termini non applicabili al suo caso. La capacità di creare era un dono. In un mondo come quello fioriva una sicurezza invulnerabile e una naturale umiltà.
Oggi l’individuo è divenuto la forma più alta e la più grande rovina della creazione artistica. La più piccola offesa o il più piccolo odore dell’io vengono esaminati al microscopio come se fossero di un’importanza eterna. L’artista considera il suo isolamento, la sua soggettività, il suo individualismo, come cose quasi sacre. E così finiamo per ammassarci in un grande ovile, dove ce ne stiamo a belare sulla nostra solitudine, senza ascoltarci l’un l’altro, e senza renderci conto di soffocarci a vicenda. Gli individualisti si guardano negli occhi tra loro, e intanto negano la loro reciproca esistenza. Ci muoviamo in circolo, limitati a tal punto dalle nostre ansietà che non riusciamo più a distinguere il vero dal falso, il capriccio del gangster dal più puro ideale.
Così, se mi si chiede quale vorrei che fosse il fine generale dei miei film, risponderei che vorrei essere uno degli artisti della cattedrale di Chartres. Voglio trarre dalla pietra la testa di un drago, di un angelo, di un diavolo – o magari di un santo. Non importa che cosa; è il senso di soddisfazione che conta. Indipendentemente dal fatto che io creda o no, che io sia o no un cristiano, farei la mia parte nella costruzione collettiva della cattedrale".


Ingmar Bergman

martedì 11 novembre 2008

Il quadro


















W.Congdon, Natività

I quadri come angeli, come il dono.
Il dono è il quadro. E il dono,
o gli angeli se vuoi, fanno il quadro.
Io non faccio i quadri, il quadro fa me.
E il quadro è un’obbedienza a ciò che c’era,
a ciò che c’è già. E questo “già”, “ciò che è già”.
E’ ciò che fa il quadro.
All’artista tocca soltanto l’obbedienza.


William Congdon

martedì 19 agosto 2008













Re Artù, particolare del mosaico pavimetnale del Duomo di Otranto

Questa sera nessuna citazione o canzone. Segnalo invece questo bellissimo post che mi ha ricordato un'avventura passata, quando, ormai più di due anni fa, sono andata ad Otranto con alcuni amici e professori della Cattolica, momento culminante della preparazione della mostra sul grande mosaico del Duomo. Ringrazio gli amici del centro culturale di Lugano per la segnlazione:


http://centroculturalelugano.blogspot.com/2008/08/otranto-la-citt-della-vita-la-citt.html

giovedì 31 luglio 2008

Parole e silenzio (parte 3)














Magritte, Questa non è una pipa

Affascinato, Pawel gli fece un cenno: "Continua".
"Una cosa non è detta in verità se non quando colui che la pronuncia è pronto a dare il proprio sangue in garanzia delle parole che gli escono dalla bocca o dalla penna. Non importa che il sangue venga versato in senso letterale, ma la volontà di versarlo è essenziale per l'autenticità. Nelle incertezze della vita, ci sarà richiesto o meno di dare il sangue; non spetta a noi decidere, ma sta a noi essere disposti a farlo".
"Dunque credi che le parole di un uomo dovrebbero essere sostenute dalla sua stessa vita".
"Sì, se si tratta di avere autorità. Ecco perchè dobbiamo avere cura delle nostre parole: una parola cambia l'esistenza. Dobbiamo proteggere la purità del linguaggio, perchè è questa a condurre il sacro dall'uno all'altro".
Pawel si accigliò e posò il suo libro sul tavolo: "Un vecchio pittore mi disse una volta una cosa del genere. Diceva che, se i simboli sono corrotti, i concetti sono corrotti, e così perdiamo la capacità di comprendere le cose per quello che sono; e allora diventiamo più vulnerabili alla deformazione delle nostre percezioni".
"E perciò delle nostre azioni" aggiunse enfaticamente David.



M. O'Brien, da Il Libraio




Stasera ho finito il libro. Non ci sono parole, si può solo leggerlo e commuoversi. Scrivendo qui l'ultima parte del discorso ( o meglio, il punto dove io ho deciso di concluderlo, è molto più lungo in verità) mi sono resa conto di quanto questo sia uno dei punti centrali, forse il punto nodale dell'intero romanzo. Incredibile, tu non lo sai, ma l'autore fa in modo di concentrare in quel punto una carica di attrattiva potente, come una calamita, e tu lettore capisci che quelle parole hanno ancora più peso di quaello che al momento percepisci, pur senza sapere perchè.

lunedì 7 luglio 2008


















Duomo di Milano

The soul of Man must quicken to creation.
Out of the formless stone, when the artist united himself with stone.
Spring always new forms of life, from the soul of man that is joined to the soul of stone;
Out of the meaningless practical shapes of all that is living or lifeless
Joined with the artist's eye, new life, new form, new colour.
Out of the sea of sound the life of music,
Out of the slimy mud of words, out of the sleet and hail of verbal imprecisions,
Approximate thoughts and feelings, words that have taken the place of thoughts and feelings,
There spring the perfect order of speech, and the beauty of incantation.



T.S.Eliot, da Choruses from "The Rocks"



L'anima dell'Uomo deve affrettarsi alla creazione.
Dalla pietra informe, quando l'artista si unì alla pietra,
Sorgono sempre forme di vita nuove, dall'anima dell'uomo congiunta all'anima della pietra;
Dalle forme pratiche e prive di significato di tutto ciò che vive o è senza vita
Congiunto all'occhio dell'artista, sorge una nuova vita, una nuova forma, un nuovo colore.
Dal mare del suono la vita della musica,
Dalla fanghiglia delle parole, dal nevischio e dalla grandine delle imprecisioni verbali,
Dei pensieri e dei sentimenti approssimativi, delle parole che hanno sostiuito i pensieri e i sentimenti,
Sorge l'odine perfetto del discorso, e la bellezza dell'incanto.

lunedì 23 giugno 2008






















Picasso, Ragazzo con cavallo

Il popolo non chiede più all’arte né consolazione né entusiasmi. I più raffinati, gli agiati, i fannulloni, i distillatori della quintessenza, cercano il nuovo, la cosa non comune, l’originale, lo scandaloso. Io, dai tempi del cubismo e dopo di esso, accontentavo questi signori e questi critici con le innumerevoli stranezze che mi brulicavano nella mente, ed essi quanto meno li comprendevano tanto più li ammiravano. Tanto mi divertivano tutti questi giochi con tutte le loro sciocchezze, i rebus, gli arabeschi che divenni noto in breve tempo. Per un pittore la notorietà significa vendita, guadagno, successo, ricchezza.
Oggi, come vedete, io sono diventato noto a tutti e molto ricco: ma quando mi trovo solo con me stesso non ho il coraggio di considerarmi pittore nell’antico senso di questa parola. Grandi pittori sono stati Giotto, Tiziano, Rembrandt, Goya. Io sono stato soltanto un burlone pubblico che ha sentito il proprio tempo.
Allora se gli artisti sono insoddisfatti di quelle correnti che seguono forse solo per interesse, perché i critici le esaltano? Forse troppi oggi si dilettano con l’arte e tanti riescono abbastanza bene (specie in pittura) : così i critici lodano le stramberie perché pochi ad esse si dedicano e, quindi, vi è più possibilità di guadagno?

Pablo Picasso

(Grazie a Giacabi!)